Bellezza, conoscenza e nonfiction picturebook: perché gli albi illustrati possono cambiare il nostro modo di fare scienze, matematica e non solo nella scuola primaria
Ci sono libri che portiamo in classe perché spiegano bene un argomento. Libri sugli animali per parlare degli animali, sul corpo umano per affrontare il corpo umano, sullo spazio quando arriva il momento del Sistema solare.
E poi ci sono libri che fanno qualcosa di diverso.

Ci costringono a fermarci. A osservare. A mettere accanto cose che, nel nostro modo abituale di organizzare il sapere, avevamo sistemato in cassetti differenti.
È questa una delle riflessioni che mi sono rimaste dopo la lettura di L’incanto del mondo. Bellezza e conoscenza negli albi illustrati nonfiction per l’infanzia di Giorgia Grilli, pubblicato da Donzelli nel 2025. Non una raccolta di consigli di lettura, ma una ricerca che interroga profondamente il nostro modo di intendere la divulgazione per bambini. Il volume nasce infatti anche dalla mappatura, condotta nell’ambito di un progetto di ricerca dell’Università di Bologna, di alcuni dei più interessanti nonfiction picturebook pubblicati a livello internazionale dagli anni Duemila. (Cris Unibo)
Leggendolo da insegnante, però, la domanda che mi è sorta è un’altra: “E se questi libri ci suggerissero anche un modo diverso di fare scuola?” Potrebbero, infatti, offrirci nuove prospettive su come affrontare l’insegnamento e l’apprendimento, stimolando la creatività e l’interesse degli studenti in modi che normalmente non consideriamo. Immaginate un approccio che incoraggi gli alunni a esplorare le loro passioni attraverso progetti pratici, oppure a collaborare tra di loro per risolvere problemi reali, creando un ambiente di apprendimento più dinamico e interattivo.
Che cosa succede se togliamo le etichette alle discipline?
Una delle scelte più interessanti di L’incanto del mondo riguarda proprio l’organizzazione dei libri.
Non troviamo semplicemente lo scaffale delle scienze, quello della matematica, quello della geografia o della storia.
Troviamo invece categorie come Sensi, Dimensioni/numeri/misure, Diversi/uguali, Metamorfosi, Movimento, Spazio, Visibile/invisibile.

Sembra una differenza di classificazione. In realtà, pedagogicamente, cambia moltissimo.
Perché il mondo non arriva ai bambini già suddiviso in discipline.
Un bambino osserva un seme che germoglia… “Quanto tempo impiega? Quanto cresce? Perché cambia forma? Che cosa c’è dentro? Da dove prende ciò di cui ha bisogno? Tutti i semi crescono allo stesso modo? Come possiamo misurarlo? Come possiamo rappresentare ciò che sta accadendo?”
Abbiamo già attraversato scienze, matematica, tecnologia, lingua, arte senza aver avuto bisogno di annunciarlo.
È proprio la prospettiva trasversale proposta dal volume: accostare i libri non secondo i tradizionali ambiti scientifico-disciplinari, ma attraverso fenomeni e grandi questioni, favorendo connessioni tra campi del sapere normalmente considerati separati. (Cris Unibo)
Forse è questo il primo suggerimento prezioso per la scuola: provare qualche volta a partire dal mondo prima che dalla disciplina.

Nonfiction non significa semplicemente “libro che contiene informazioni”
Quando pensiamo a un libro divulgativo per bambini, siamo abituati a valutarlo attraverso alcune domande piuttosto prevedibili.
– Le informazioni sono corrette?
– Il linguaggio è adatto all’età?
– Le immagini spiegano bene il testo?
– Può servirmi per affrontare quell’argomento?
Sono domande importanti. Ma non bastano.
La nonfiction contemporanea descritta da Grilli si sta trasformando in qualcosa di molto più complesso. Nei migliori albi illustrati la conoscenza non coincide necessariamente con una successione ordinata di informazioni: entrano in gioco la sorpresa, l’estetica, il confronto, l’immaginazione, la percezione sensoriale e persino ciò che non sappiamo.
L’immagine non è semplicemente lì per rendere più gradevole una spiegazione.
“L’immagine pensa.“
Può mostrare contemporaneamente ciò che il testo sarebbe costretto a raccontare in successione. Può mettere due oggetti in relazione. Può farci percepire una proporzione. Può rendere visibile un sistema. Può produrre stupore prima ancora che qualcuno abbia spiegato perché dovremmo stupirci.
Ed è forse proprio qui che un buon nonfiction picturebook smette di essere soltanto un supporto alla lezione e diventa un’esperienza di conoscenza.

Una letteratura delle domande
Tra le idee che più mi hanno colpito durante questa lettura c’è la distinzione fra una nonfiction intesa come “letteratura delle risposte” e una nonfiction capace invece di diventare “letteratura delle domande”.
Il riferimento teorico è il lavoro di Joe Sutliff Sanders, A Literature of Questions: Nonfiction for the Critical Child. Sanders mette in discussione proprio l’idea che il principale criterio con cui valutare la nonfiction per ragazzi debba essere la semplice trasmissione di fatti corretti: i libri possono invece coinvolgere i giovani lettori nella costruzione, nell’interrogazione e nella verifica della conoscenza. (University of Minnesota Press)
È una distinzione che, portata a scuola, diventa potentissima.
Pensiamo alla differenza tra: “Oggi impariamo quanto è grande una balena.” e “Ma quanto è grande davvero una balena?” Sembrano quasi la stessa domanda ma non lo sono.
Nel primo caso conosco già il punto di arrivo: devo trasmettere una misura.
Nel secondo nasce un problema: Come facciamo a immaginarla? Quanti bambini servirebbero per raggiungere la sua lunghezza? Entrerebbe nella nostra aula? E nel corridoio? Come possiamo rappresentarla su un foglio? Possiamo disegnarla in scala? Rispetto a noi quanto è grande? E rispetto ad altri animali?
La misura smette di essere un numero scritto accanto all’immagine della balena.
Diventa necessaria per comprendere qualcosa. Ed è una differenza enorme.

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Dimensioni, numeri e misure: quando la matematica serve davvero
La sezione dedicata a Dimensioni, numeri, misure rende particolarmente evidente questa possibilità.
Nei libri presentati, il confronto tra grandezze non serve semplicemente a esercitarsi con centimetri, metri o chilogrammi. Serve a percepire il mondo.
Quanto è piccolo il più piccolo animale?
Quanto può essere grande il più grande?
Che cosa significa davvero cento, mille, un milione?
Quanto siamo grandi noi rispetto a ciò che ci circonda?
Per un bambino il numero isolato può rimanere estremamente astratto. Un confronto, invece, costruisce un’immagine mentale.
Da qui possono nascere attività matematiche autentiche: stimare prima di misurare, ordinare grandezze, costruire rappresentazioni in scala, confrontare rapporti, raccogliere dati, discutere quale unità di misura sia più appropriata.
La matematica non arriva dopo l’osservazione del mondo. Diventa lo strumento necessario per leggerlo.

Sensi: conoscere significa anche percepire
Un’altra sezione particolarmente interessante è quella dedicata ai Sensi.
La conoscenza scientifica scolastica rischia talvolta di diventare precocemente astratta: definire, classificare, nominare. Eppure la prima conoscenza del mondo passa dal corpo. Tocchiamo. Annusiamo. Ascoltiamo. Guardiamo. Confrontiamo.
E soprattutto scopriamo che gli altri esseri viventi non percepiscono necessariamente il mondo come noi.
Da qui nasce una domanda bellissima da portare in classe: “Il mondo è davvero come lo vediamo noi?“
Come lo percepisce un’ape?
E un cane?
Che cosa sente un animale che noi non riusciamo a sentire?
Quali informazioni possiamo ricavare attraverso il tatto?
Possiamo descrivere qualcosa senza guardarla?
Un albo sui sensi può allora diventare contemporaneamente laboratorio scientifico, attività linguistica, esperienza percettiva e occasione filosofica.

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Metamorfosi: niente è davvero fermo
Anche la categoria Metamorfosi apre possibilità enormi.
La metamorfosi non riguarda soltanto la farfalla. Cambiano gli animali. Cambiano le piante. Cambiano i paesaggi. Cambiano i materiali. Cambia il nostro corpo. Cambiano le città. Cambia la Terra. E cambiamo noi.
Il libro di Grilli invita a guardare il mondo nella sua dimensione temporale: ciò che vediamo oggi non necessariamente era così ieri e non necessariamente sarà così domani.
Per la scuola significa poter collegare fenomeni apparentemente lontanissimi attraverso una grande domanda generativa: Che cosa significa cambiare?
Da lì possiamo osservare una trasformazione fisica, documentare la crescita di una pianta, ricostruire il ciclo vitale di un animale, confrontare fotografie di un paesaggio, ordinare sequenze temporali, misurare variazioni e analizzare le interazioni tra diverse specie all’interno di un ecosistema. Possiamo anche esplorare come le stagioni influenzano i processi naturali e quali fattori ambientali determinano cambiamenti nelle forme di vita. Inoltre, possiamo utilizzare questi osservatori per imparare l’importanza della biodiversità e come ogni piccolo cambiamento nel nostro ambiente possa avere un impatto significativo sugli organismi che lo abitano.
La disciplina arriva dopo. Prima viene il fenomeno.

Movimento: chi si muove e perché?
La stessa operazione avviene con il Movimento.
Si muove l’aria. Si muovono i semi. Si muovono gli animali. Si muovono gli esseri umani.
Ci muoviamo per cercare, esplorare, migrare, fuggire, raggiungere qualcuno.
Improvvisamente una parola apparentemente semplice permette di attraversare biologia, fisica, geografia, storia e perfino le vicende umane.
La domanda non è più soltanto: “Come si muovono gli animali?” ma: “Perché gli esseri viventi si muovono?”
La seconda domanda apre scenari molto più interessanti.

Spazio: dal sotto una pietra all’universo
Poi c’è lo Spazio.
E qui trovo particolarmente affascinante il passaggio dal vicinissimo all’immensamente lontano. Spazio è quello cosmico, naturalmente: pianeti, stelle, distanze difficili persino da immaginare.
Ma spazio è anche ciò che sta sotto una pietra, dentro un tronco, sotto terra, dietro qualcosa, dentro e fuori, sopra e sotto, vicino e lontano.
Concetti che spesso nella scuola dell’infanzia e nei primi anni della primaria diventano schede da completare possono invece trasformarsi in autentiche esplorazioni.
Che cosa c’è sotto i nostri piedi? Probabilmente è una domanda molto più potente di dieci esercizi e schede sul concetto di “sotto”.

Visibile/invisibile: conoscere ciò che non possiamo vedere
Forse la categoria che mi ha affascinato maggiormente è Visibile/invisibile.
Perché una parte enorme della realtà non è immediatamente accessibile ai nostri occhi.
Non vediamo gli atomi. Non vediamo il passato. Non possiamo osservare direttamente un dinosauro. Non vediamo molti processi che avvengono dentro il nostro corpo. Non vediamo un’emozione nello stesso modo in cui vediamo una sedia.
Eppure proviamo a conoscere tutte queste cose.
Qui emerge un aspetto fondamentale dell’educazione scientifica: la conoscenza non coincide con ciò che vediamo direttamente.
Utilizziamo tracce. Costruiamo modelli. Formuliamo ipotesi. Interpretiamo indizi. Rappresentiamo ciò che non possiamo osservare.
E soprattutto impariamo a distinguere tra ciò che sappiamo, ciò che ipotizziamo e ciò che ancora non sappiamo.
È un passaggio decisivo anche per l’educazione al pensiero critico.

Diversi/uguali: classificare senza imprigionare
Un’altra categoria apparentemente semplice è Diversi/uguali.
Classificare è una delle attività fondamentali del pensiero. Lo facciamo continuamente: Animali e piante. Viventi e non viventi. Vertebrati e invertebrati. Solidi e liquidi. Pari e dispari.
Ma ogni classificazione dipende dal criterio scelto. Due elementi possono essere diversi rispetto a una caratteristica e simili rispetto a un’altra.
La domanda interessante, quindi, non è soltanto:“Quali appartengono allo stesso gruppo?” ma: “Perché hai deciso di metterli insieme?”
A quel punto entra in gioco l’argomentazione. Il bambino non deve più indovinare la categoria che l’adulto aveva già in mente: deve esplicitare il criterio, confrontarlo con quello degli altri, modificarlo se necessario.
Ed è già pensiero scientifico.
La bellezza non è il premio dopo aver imparato
C’è poi un’altra idea di L’incanto del mondo che considero importante per noi insegnanti: La bellezza non è un accessorio.
Siamo abituati talvolta a pensare che un libro divulgativo debba essere innanzitutto chiaro e corretto; se poi è anche bello, tanto meglio. Questi albi suggeriscono qualcosa di diverso.
La dimensione estetica può essere parte del processo conoscitivo.
Una doppia pagina sorprendente può far percepire una proporzione molto meglio di una definizione. Una scelta grafica può costringere a confrontare. Una pagina enorme può far sentire la grandezza. Una minuscola figura sperduta nel bianco può far percepire la distanzaUn’immagine può generare una domanda che il testo non ha mai formulato. La forma, insomma, non contiene semplicemente l’informazione.
Contribuisce a produrla.
È coerente con la stessa presentazione accademica del volume, che descrive questi nonfiction picturebook come libri capaci di proporre domande, sollecitazioni sensoriali e interpretazioni molteplici e di offrire ai bambini nuovi modi di rapportarsi conoscitivamente al mondo. (Cris Unibo)
E allora, concretamente, come portarli in classe?

Forse la prima cosa da fare è resistere alla tentazione di spiegare subito.
Mostrare una pagina. Lasciare qualche secondo di silenzio.
E chiedere: “Che cosa notate?” Poi: “Che cosa vi fa pensare?“
E ancora: “Che cosa vorreste sapere?“
Da qui può partire una routine molto semplice:
OSSERVO → MI DOMANDO → IPOTIZZO → CERCO → CONFRONTO → RAPPRESENTO → ARGOMENTO → NASCE UNA NUOVA DOMANDA
Non è necessario svolgere sempre tutti i passaggi. Ma cambia il ruolo del libro. L’albo non rappresenta più necessariamente la conclusione della lezione, utilizzato per confermare ciò che abbiamo già spiegato. Può esserne l’innesco. E l’insegnante non deve avere immediatamente tutte le risposte.
Può dire: “Non lo so. Come possiamo scoprirlo?”
Una frase che a scuola dovremmo forse utilizzare molto più spesso.
Una possibile biblioteca di classe organizzata per domande
Dopo questa lettura mi piacerebbe persino provare un piccolo esperimento.
Togliere, almeno simbolicamente, alcune etichette dalla biblioteca di classe.
Non: MATEMATICA – SCIENZE – STORIA – GEOGRAFIA.
Ma: COSE CHE CAMBIANO – COSE ENORMI E COSE MINUSCOLE – COSE CHE NON POSSIAMO VEDERE – COSE CHE SI MUOVONO – COSE CHE CI RENDONO SIMILI E DIVERSI – COSE CHE POSSIAMO MISURARE – COSE CHE SENTIAMO – COSE CHE NON SAPPIAMO ANCORA
Immaginate un bambino che prende un libro dallo scaffale COSE CHE CAMBIANO.
Potrebbe trovarci una farfalla. Un ghiacciaio. Il corpo umano. Una città. Una montagna. Un seme.E improvvisamente capire qualcosa che nessuna definizione disciplinare avrebbe potuto mostrargli altrettanto bene: esistono connessioni.
Dal bambino che risponde al bambino che indaga
Forse il punto più importante è proprio questo.
A scuola siamo molto bravi a fare domande di cui conosciamo già la risposta.
“Quali sono i cinque sensi?”
“Quanto misura un metro?”
“Quali animali sono mammiferi?”
“Che cos’è una metamorfosi?”
Tutte domande legittime, naturalmente.
Ma il mondo fuori dalla scuola è pieno soprattutto di domande di cui la risposta non è scritta in fondo alla pagina.
Educare alla conoscenza significa allora anche allenare i bambini a stare davanti a qualcosa che non comprendono ancora.
Osservare. Tollerare l’incertezza. Fare ipotesi. Cercare prove. Cambiare idea. Confrontare fonti. Argomentare. Fare una domanda migliore della precedente.
È esattamente la direzione indicata dalla riflessione di Sanders: una nonfiction capace di rendere il giovane lettore parte attiva del processo di comprensione anziché destinatario passivo di informazioni. (University of Minnesota Press)
Ed è difficile non vedere quanto tutto questo sia attuale in un tempo in cui bambini e adulti hanno accesso in pochi secondi a una quantità praticamente infinita di risposte. Forse oggi saper formulare una buona domanda è diventato importante quasi quanto conoscere una risposta.
Conservare l’incanto mentre costruiamo conoscenza
Il titolo scelto da Giorgia Grilli è, alla fine, perfetto: L’incanto del mondo.
Perché conoscere non dovrebbe significare rendere il mondo meno misterioso ma può anche significare esattamente il contrario.
Scoprire quanto è grande una balena non la rende meno sorprendente.
Capire come germina un seme non elimina la meraviglia.
Conoscere le distanze astronomiche non rende il cielo meno affascinante.
Scoprire che altri animali percepiscono ciò che noi non possiamo percepire rende la realtà ancora più incredibile.
Forse una buona educazione scientifica dovrebbe riuscire proprio in questo difficile equilibrio: dare ai bambini strumenti sempre più precisi per comprendere il mondo senza togliere loro il desiderio di continuare a guardarlo.
Ed è qui che questi albi possono trovare un posto speciale nella scuola. Perché spiegano bene, sono belli e permettono collegamenti interdisciplinari. Inoltre, possono ricordarci che conoscere significa osservare il mondo abbastanza attentamente da accorgersi che c’è sempre un’altra domanda da fare.
L’obiettivo non è riempire i bambini di risposte. È fare in modo che, uscendo dalla classe, continuino a guardarsi intorno pensando: “Mi chiedo perché…”
Riferimenti
Giorgia Grilli, L’incanto del mondo. Bellezza e conoscenza negli albi illustrati nonfiction per l’infanzia, Donzelli, 2025. La scheda scientifica dell’Università di Bologna presenta il volume e il progetto di ricerca da cui nasce. (Cris Unibo)
Scheda del volume – Università di Bologna
Joe Sutliff Sanders, A Literature of Questions: Nonfiction for the Critical Child, University of Minnesota Press, 2018. (University of Minnesota Press)
A Literature of Questions – University of Minnesota Press
Bellezza, conoscenza e nonfiction picturebook: perché gli albi illustrati possono cambiare il nostro modo di fare scienze, matematica e non solo nella scuola primaria.